martedì 16 luglio 2013

Garland Jeffreys

Garland Jeffreys, The King of in the between tour




http://garlandjeffreys.com/

photo Nino Monti

Premio Tenco

L’appuntamento con “Il Tenco Ascolta” lombardo è per lunedì 15 luglio nella cornice dei Giardini di Villa Calvi, con la partecipazione di Davide Van De Sfroos e del songwriter newyorkese Garland Jeffreys.

Gli artisti selezionati dal Club Tenco per la data di Cantù sono Gianluca De Rubertis, Cranchi, Roberto Carlotti, Emil e Andrea Labanca.

Emil

Andrea Labanca "carrozzeria lacan"
 
 
Gianluca De Rubertis
 

locandina "Il Tenco Ascolta"

Davide Van De Sfroos

Davide Van De Sfroos

lunedì 15 luglio 2013

Franco Ori

Franco Ori il "pittore musicista"
http://www.francori.it
 

venerdì 31 maggio 2013

Dieci metri sopra il Reno

Nel mezzo di questo marasma sociale che stiamo vivendo, camminando nei pressi del centro di Köln, mi sono ritrovato sull’Hohenzollernbrücke conosciuto per essere la “via dei lucchetti”, moda che seguendo l'onda dei vari film (anche se di origini ben più antiche) si sta replicando in molte città di questa sofferente Europa. Tre metri sopra il cielo o Dieci metri sopra il Reno non cambiano la bellezza del messaggio che stà racchiuso nell’abbraccio di due innamorati. Con lo zaino ricolmo di sogni e di speranze è sempre emozionante dirsi ti amo in tutte le lingue del mondo.

martedì 5 febbraio 2013

I Lavatoi del Triangolo Lariano - Le Immagini, La Storia

Da anni Morena Rigamonti, Alberto Bionda e Dario Tagliabue si occupano di fotografare e rilevare i lavatoi delle province di Como e Lecco. Il loro lavoro, svolto con grande passione ed abnegazione, ha avuto il merito di ridestare l’attenzione nei confronti di queste testimonianze della nostra vita passata (passata, ma non poi così lontana…) spesso trascurate quando non completamente dimenticate ed ha suscitato l’attenzione del Civico Museo di Erba portando alla pubblicazione sui Quaderni Erbesi
- Vol. 2010 di un articolo scritto da Morena Rigamonti e Alberto Bionda insieme ad Alberta Chiesa. A questa prima collaborazione segue ora una mostra fotografica in cui alle immagini ed ai rilievi di ogni singolo lavatoio si affiancano, per i lavatoi di Erba, le schede contenenti la storia di ogni singolo manufatto, frutto di una rigorosa ricerca storica effettuata da Alberta Chiesa.

mostra in svolgimento dal 16 febbraio – 3 marzo 2013
Inaugurazione

Sabato 16 febbraio – ore 18,00
presso il Civico Museo di Erba – Sala “Carlo Annoni”

Orari:
martedì 9,00-12,00
mercoledì e venerdì 14,30-18,00
sabato e domenica 14,30-19,00



venerdì 7 dicembre 2012



Maurizio Pasquero, I Celti della Valle del Po negli eserciti di Roma (ausiliari, legionari, pretoriani dal II secolo a.C. al III secolo d.C.)

Presentazione di Venceslas Kruta
“Gli Archi”, Il Cerchio, Rimini, 2012

«Con i Galli si combatte per la propria salvezza, non per la gloria» sentenziava Sallustio. Nell'affermare ciò, lo storico romano traeva spunto da un evento accaduto – per lui che scriveva negli anni Quaranta del I secolo a.C. – una generazione prima: la cocente sconfitta subita nell’ottobre del 105 a.C., presso l'odierna Orange, in Provenza, dalle legioni romane a opera di Cimbri e Teutoni, entrambe, in verità, popolazioni di ceppo germanico. Tale lapsus la dice lunga sulla terribile nomea che i Celti, a un secolo e più dalla definitiva neutralizzazione di quelli “di casa”, i Galli cisalpini, ancora rivestivano nell’inconscio collettivo dei Romani.

Il possesso di una spada, tra i Celti, connotava l'uomo libero, fin dalla più giovane età addestrato al suo uso. Perdute per sempre armi e libertà, cosa accadde ai formidabili guerrieri che per due interi secoli, dalla battaglia dell'Allia a quella della Selva Litana, furono sempre una dolorosissima spina nel fianco per l’Urbe? Vennero decimati ed espulsi, come per lo più capitò agli indomabili Boi della Cispadana? O si risolsero, confinati nelle loro terre, a mutare le proprie spade in aratri come si tramanda per gli Insubri?

Le fonti classiche, unica testimonianza per quegli eventi insieme ai dati esigui dell'archeologia, sono scarne e vaghe, accennano qua e là a occasionali milizie galliche poste al seguito delle legioni combattenti: un onere preteso da Roma in ragione di trattati stipulati con ogni singolo teuta vinto o sottomessosi e ancora validi, attestava Cicerone, ai suoi tempi. Nei fatti, non molto si conosce di tali auxilia celti dai giorni della conquista della Transpadana fino allo scoppio della Guerra sociale e anche oltre: come un fiume carsico, essi appaiono e scompaiono. Netta è l’impressione che venissero deliberatamente sottoutilizzati dalle gerarchie militari repubblicane e tenuti ai margini dei maggiori eventi bellici. Salvo poi, con un'improvvisa epifania, manifestarsi in massa nelle “legioni vernacole” di Giulio Cesare alla vigilia della guerra di conquista delle Gallie.

Da quel momento, alle fonti storico-letterarie si sommano quelle epigrafiche, evidenze di individualità concrete, vite e morti vere, preziose memorie di pietra. E qui, in piena romanizzazione, cominciano le sorprese e riemergono le tracce celtiche. Se non sempre un nome 'alieno' è in sé e per sé un marker etnico, in situazioni in cui si vedono dei peregrini – i sans papiers di allora – far “carte false” per diventare cittadini dell'Urbe (con gli Anauni della Val di Non andò proprio così e l'imperatore Claudio dovette fare una “sanatoria”), certo appare singolare e in controtendenza la scelta di non pochi legionari nel perpetuare il proprio idionimo pre-romano come pseudogentilizio o cognome oppure, nelle filiazioni, riportare il patronimico gallico per esteso.

Il libro è dunque il rendiconto di un 'viaggio' alla ricerca di questi soldati dimenticati che combatterono per la Repubblica, per Cesare (con il quale ebbero un rapporto senz'altro privilegiato) e per l'Impero, non più celti ma nemmeno compiutamente romani. Frammenti delle loro vite emergono dalle testimonianze raccolte e rimandano talvolta ai grandiosi scenari nei quali essi furono quasi sempre comparse inconsapevoli, catapultati dai loro villaggi fino ai più lontani confini dell'Impero.

Mentre i modelli culturali ed economici dell'Urbe si diffondevano tra le comunità della pianura, dei grandi laghi, delle montagne della Cisalpina, un numero crescente di nativi si volse al mestiere delle armi. Più che per atavica passione o convinta adesione a una nuova palingenesi gallo-romana, confidando soprattutto in migliori esiti economici e sociali per le proprie vite. I risultati conseguiti, osservati attraverso le vicende personali che emergono dalle testimonianze, non mostrano di averli premiati in modo significativo. Pochissimi legionari di estrazione indigena riuscirono infatti ad andare al di là dei “primi ordini”, il centurionato, nelle proprie carriere. E meno ancora, congedati, ebbero modo di rivestire nella società civile ruoli amministrativi e istituzionali di qualche rilievo.

L'assoluta maggioranza dei legionari cisalpini che sopravvissero a 16, 20, 30 e più interminabili anni di ferma non accettarono di fermarsi là dove il loro servizio si concluse e scelsero di tornare a casa, sostanzialmente disillusi. Qui ritrovarono le vocazioni d'un tempo, gli antichi mestieri del contadino, dell’allevatore, dell’artigiano, riscoprendo tra gli orizzonti domestici, lontani dalla babele del limes, i suoni ancestrali del mondo degli avi, impossibili da sradicare. Altri ancora, mettendo a frutto le esperienze fatte nei più lontani Paesi, si volsero ai traffici e ai commerci, rendendo più prospera la propria Terra e lasciando infine ai Provinciali, senza rimpianti, l’onere di presidiare dei confini divenuti, nel frattempo, sempre più fragili e sempre più difficili da difendere.